Bandiera Regno delle Due Sicilie sequestrata mentre quelle identitarie del nord no!.

C’è qualcosa di profondamente storto, qualcosa che ti morde dentro quando cammini per le strade della nostra terra e ti accorgi che la memoria ha un prezzo, e spesso quel prezzo è la censura. Sapete, l’altro giorno riflettevo su quell’episodio assurdo… sì, parlo di quando quel tifoso, un ragazzo come tanti, si è visto portare via la bandiera del Regno delle Due Sicilie. Non era una svastica, non era un incitamento alla violenza. Era un pezzo di stoffa bianca con i gigli. Eppure, per lo Stato, per le forze dell’ordine in quel momento, quel simbolo faceva paura.

Ma la cosa che mi fa rabbia, quella che proprio non mi fa dormire, è il doppio pesismo. Avete mai visto sequestrare una bandiera del “Sole delle Alpi” durante un raduno o in uno stadio del Nord? Io no. Quelle sventolano fiere, rivendicando un’identità inventata trent’anni fa, e nessuno fiata. Invece la nostra storia, quella vera, quella che ha radici secolari, viene trattata come materiale sovversivo. Mi chiedo: perché? Perché un simbolo storico che rappresenta un’epoca di eccellenze, di primati e di identità mediterranea deve essere nascosto come se fosse una vergogna? Forse perché ricordare chi eravamo significa capire cosa ci hanno tolto. È un pensiero che torna sempre, una domanda che resta sospesa nell’aria pesante delle nostre città.


Una nazione divisa dai simboli: se la storia diventa un reato

Il punto non è solo un pezzo di stoffa. Il punto è la narrazione. Se guardiamo ai fatti di cronaca, come quelli avvenuti allo stadio di Salerno o durante certe manifestazioni a Napoli, vediamo le iniziali di chi è stato sanzionato: A.P., un giovane colpevole solo di orgoglio. Gli viene contestata l’esposizione di simboli “non autorizzati”. Ma chi decide cosa è autorizzabile? La politica ha sdoganato per decenni i simboli della Padania, permettendo che entrassero nelle istituzioni, nei ministeri, nelle scuole. Lì non c’era “pericolo di ordine pubblico”.

Al Sud, invece, la bandiera borbonica viene associata a un neo-meridionalismo pericoloso, quasi fosse l’inizio di una rivolta. C’è una disparità culturale che spaventa. Mentre il Nord celebra le sue radici (vere o presunte che siano), a noi viene chiesto di dimenticare. Ci dicono che siamo “italiani” solo quando c’è da pagare le tasse o da celebrare un’unita che, di fatto, ci ha visto diventare la colonia interna del Paese. Esiste un timore reverenziale verso quella bandiera bianca perché essa ricorda un tempo in cui il Sud non era l’ultima ruota del carro, ma il centro del Mediterraneo. Colpire il simbolo significa colpire la consapevolezza di un popolo che sta ricominciando a farsi domande scomode.


I numeri del divario: una colonia chiamata Mezzogiorno

Non è solo una questione di sentimenti, i numeri parlano chiaro e sono spietati. Se analizziamo i dati SVIMEZ e i rapporti del Ministero dell’Economia, emerge una realtà che giustifica ogni nostra rabbia. Il tasso di occupazione al Sud è del 46,7%, contro il 69,4% del Nord. Parliamo di un abisso, non di una semplice differenza. Ogni anno, la fuga di cervelli e di braccia toglie al Mezzogiorno circa 30 miliardi di euro di capitale umano.

Secondo i dati della Corte dei Conti, la distribuzione della spesa pubblica per infrastrutture vede il Sud sistematicamente penalizzato: la famosa soglia del 34% (proporzionale alla popolazione) è stata per anni un miraggio, un numero scritto sulla carta ma mai applicato nei fatti.

Mentre l’Alta Velocità collega ogni borgo del Nord, in Sicilia o in Calabria ci sono ancora tratte ferroviarie che sembrano uscite da un film dell’Ottocento. Questa è la vera violenza, non una bandiera allo stadio. Il sequestro di un simbolo è solo l’ultimo atto di un processo di sottomissione che passa per l’economia e finisce nella negazione dell’identità. Se non ci permettono nemmeno di sventolare la nostra storia, come possiamo pretendere che ci permettano di costruire il nostro futuro?


La resistenza della memoria: non ci cancellerete

Non possiamo più stare a guardare mentre la nostra dignità viene calpestata tra un decreto e un sequestro di polizia. Quella bandiera non è un invito al passato, è un monito per il presente. È il segno che siamo ancora qui, che non ci siamo arresi a essere i “cugini poveri” da compatire. Vedere quelle insegne rimosse mentre le bandiere storiche di altre regioni vengono onorate è lo schiaffo finale. Ma sapete cosa vi dico? Più le sequestrano, più ne nasceranno. Più cercano di spegnere la fiamma, più l’incendio dell’orgoglio divamperà.

Noi di Sovranità Popolare Napoletana siamo qui per questo. Per dare voce a chi non ce l’ha, per raccontare le verità che i grandi giornali del Nord nascondono tra le righe. Non è una battaglia di nostalgia, è una battaglia di diritti. Diritti civili, economici e storici.

Se credi in questa lotta, se senti che il tuo sangue ribolle di fronte a queste ingiustizie, non lasciarci soli. Abbiamo bisogno di te per continuare a stampare, a indagare, a gridare. Sostieni la nostra voce: abbonati alla nostra rivista o acquista i simboli della nostra resistenza nel nostro store ufficiale. Ogni contributo è un mattone per ricostruire la nostra dignità. Non permettiamo che ci sequestrino anche il futuro.


FONTI

  • Il Mattino: Report sui sequestri di vessilli storici negli stadi (Casi documentati 2023-2024).
  • SVIMEZ: Rapporto 2024 sull’economia e la società del Mezzogiorno.
  • ISTAT: Statistiche sulle migrazioni interne e divari regionali di reddito.
  • Gazzetta Ufficiale: Normative sulle manifestazioni pubbliche e l’esposizione di simboli (Art. 2 legge 401/1989 e interpretazioni discrezionali).
  • Archivio Storico per le Province Napoletane: Documentazione sulla simbologia del Regno delle Due Sicilie.

©️ Sovranità Popolare Napoletana – Diritti Riservati

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