Immagine di Repertorio
Non è solo una questione di codici, sapete? Non sono solo commi o carte bollate che volano tra un ufficio e l’altro di via Arenula. Qui, quello che stiamo vedendo tra N. e G. è qualcosa di più profondo, qualcosa che scava dentro l’anima di chi la giustizia la vive sulla strada, ogni giorno. Quando G. parla di “blasfemia”, non sta usando un termine a caso. È un urlo, un sussulto di chi vede smantellare, pezzo dopo pezzo, un castello costruito col sangue e con la fatica. Mi chiedo, ma davvero siamo arrivati a questo punto? Davvero la politica può permettersi di ignorare chi, in Procura, ci passa le notti a cercare di capire come non far affogare questo Paese nell’illegalità?
Si sente un’aria pesante a Roma, un’aria di resa che però G. non vuole accettare. Lo scontro con N. è diventato frontale, totale. Da una parte l’idea di una riforma che vorrebbe, dicono loro, “garantire tutti”, dall’altra la paura concreta che si stiano aprendo autostrade per chi le regole non le ha mai rispettate. È una storia che nessuno racconta fino in fondo, perché fa comodo fermarsi ai titoli dei telegiornali. Ma provate a immaginare un magistrato che si sente dire che le sue preoccupazioni sono quasi un’offesa, una “blasfemia” appunto. C’è un senso di ingiustizia che monta, una rabbia sorda che attraversa i corridoi dei tribunali e arriva fino alle piazze. Forse, dico io, ci stiamo dimenticando che dietro ogni riforma ci sono vite umane, ci sono vittime che aspettano risposte che non arrivano mai.
Il divario che uccide: se la legge non è uguale per tutti, soprattutto al Sud
E poi c’è il solito tema, quello che ci portiamo dietro come una maledizione: la disparità. Perché vedete, se a Milano o a Torino una riforma può sembrare un tecnicismo da salotto, giù a Napoli, a Reggio, a Palermo, ogni parola di N. pesa come un macigno. La sovranità popolare, quella vera, quella che parte dal basso, si sente tradita. G. lo sa bene, lui che il territorio lo respira. C’è una distanza siderale tra il palazzo del Ministero e la polvere della strada.
Il Sud è sempre lì, a guardare queste riforme con sospetto. Perché sappiamo come va a finire: meno intercettazioni, più burocrazia, e alla fine chi ha i soldi si salva, mentre chi non ha nulla resta a marcire nelle lungaggini di un sistema che non funziona. È una questione culturale, quasi antropologica. Da una parte il potere che vuole auto-tutelarsi, dall’altra un popolo che chiede solo di poter credere ancora nello Stato. Mi viene da pensare che questo scontro non sia tra due uomini, ma tra due visioni del mondo: chi vuole una giustizia “pulita” sulla carta ma inefficiente, e chi la vuole “sporca” di realtà ma capace di colpire duro dove serve.
I numeri del collasso: cosa dicono i dati reali
Ma lasciamo stare per un attimo le emozioni, anche se è difficile. Guardiamo i fatti, quelli che non mentono mai. Secondo gli ultimi dati del Ministero della Giustizia e della Corte dei Conti, l’Italia continua a essere maglia nera per la durata dei processi civili e penali. Nonostante i proclami, i tempi medi di definizione di un processo in appello superano ancora i 1.000 giorni in molte aree del Mezzogiorno.
- Dati ISTAT: La percezione della sicurezza è in calo costante nelle periferie urbane, dove l’assenza dello Stato viene colmata da sistemi di potere alternativi.
- Relazione SVIMEZ: Esiste un “gap di cittadinanza” nei servizi giudiziari tra Nord e Sud che incide direttamente sul PIL; l’inefficienza della giustizia costa al Paese circa il 2% di crescita annua.
- Dati Eurostat: L’Italia spende mediamente meno per il sistema giudiziario rispetto ai partner europei in rapporto al numero di procedimenti pendenti, creando un sovraccarico che G. denuncia da anni.
Non sono solo numeri, sono persone. Sono imprese che falliscono perché non riescono a recuperare un credito, sono cittadini onesti che si vedono sorpassati da chi furbescamente sfrutta le pieghe di leggi scritte male o, peggio, scritte per non essere applicate. Quando N. parla di “garantismo”, i dati della Banca d’Italia ci ricordano che l’incertezza del diritto è il primo freno agli investimenti stranieri. Insomma, stiamo parlando di un sistema che sta mangiando se stesso.
Una denuncia necessaria: non lasciateci soli in questa battaglia
Allora lo diciamo chiaro: questa non è una sfida tra magistratura e politica, è una sfida per la sopravvivenza della nostra democrazia. La “blasfemia” non è criticare una riforma, la vera blasfemia è lasciare che il sistema giustizia diventi un privilegio per pochi. Noi di Sovranità Popolare Napoletana non possiamo stare a guardare mentre si consuma questo strappo. Siamo qui, con la nostra informazione dal basso, a raccontarvi quello che gli altri nascondono tra le righe.
Questa è resistenza. È la resistenza di chi non vuole rassegnarsi a un Paese a due velocità, dove la legalità è un optional. Ma per continuare a fare questo lavoro, per gridare la verità senza padroni, abbiamo bisogno di voi. Sostenere il nostro progetto significa dare voce a chi non ce l’ha, significa finanziare un’informazione libera, umana, incazzata quando serve. Abbonatevi, acquistate i nostri gadget, fate parte della nostra comunità. Non è solo un acquisto, è un atto politico. È dire “io ci sono”. Non lasciamo che il silenzio vinca su G. e su tutti quelli che, ogni mattina, onorano la toga con la schiena dritta.
FONTI:
- Ministero della Giustizia – Relazione sull’amministrazione della giustizia (2024-2025)
- Corte dei Conti – Rapporto sul coordinamento della finanza pubblica
- ISTAT – Rapporto sulla fiducia dei cittadini nelle istituzioni
- SVIMEZ – Rapporto sull’economia e la società del Mezzogiorno
- Dichiarazioni pubbliche di N. e G. rilasciate alle agenzie di stampa nazionali (ANSA, Adnkronos)
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