Febbraio, il freddo di Torino si sente fin dentro le ossa. Ma non è solo il clima, è l’aria che tiri in quelle strade che sembra diversa. C’è un fermento strano, quasi febbrile. Si corre, si montano palchi, si preparano discorsi eleganti nei palazzi del potere. Si sta per inaugurare il primo Parlamento nazionale, dicono. Ma mentre a Torino si brinda e si discute di poltrone e nuovi confini, il mio pensiero va altrove. Va a sud. Molto più a sud. Mi chiedo, sapete, se chi siede in quei caffè eleganti di Piazza Castello sappia davvero cosa sta succedendo sotto il tiro dei cannoni.
Perché mentre qui si parla di “Unità”, a Gaeta si muore. Ed è una cosa che mi stringe il cuore. C’è il nostro Re, F. II, che non è scappato. Non è andato a rifugiarsi in qualche corte straniera con i forzieri pieni. È lì, tra i suoi soldati, tra le macerie di una fortezza che sta diventando il simbolo di un mondo che vogliono cancellare. Mi immagino la Regina, M. S., con quel coraggio che farebbe arrossire molti generali, sulle mura a soccorrere i feriti. Ma di questo a Torino non si parla volentieri. Fa rumore il silenzio su Gaeta, un silenzio che puzza di ingiustizia. Ma come si fa a chiamarla fratellanza se per costruire una casa devi dar fuoco a quella del vicino? Mi fermo a riflettere: stiamo davvero unendo l’Italia o stiamo solo assistendo alla fine di una nazione per mano di un’altra?
Il tradimento dei popoli e la sovranità calpestata
La questione non è solo romantica, è politica. Profondamente politica. Quello che sta accadendo nel febbraio del 1861 è lo scontro tra due visioni del mondo. Da una parte la legittimità, la storia, un Regno – quello delle Due Sicilie – che ha secoli di vita, di cultura, di leggi. Dall’altra, un’espansione mascherata da liberazione. Mi viene da sorridere, amaramente, quando sento parlare di “voto popolare”. Quale voto? Quello dei plebisciti farsa dove i soldati controllavano chi metteva la scheda nel paniere del “Sì”?
C’è una disparità che nasce oggi, in questi giorni di febbraio, e che ci porteremo dietro per secoli. Il Nord che progetta il futuro sulle spalle del Sud. Vedete, il punto non è essere contrari all’unione dei popoli italici, ma al modo in cui viene fatta. Si sta cancellando l’identità di un popolo. Il Re F. II a Gaeta non difende solo un trono, difende il diritto di un popolo a non essere considerato terra di conquista. Difende la dignità di Napoli, di Palermo, delle Puglie. E mentre qui a Torino si spartiscono i ministeri, giù si sparge sangue. È una ferita che non si rimarginerà facilmente, perché non è basata sul consenso, ma sulla forza delle armi e sul tradimento di certi generali che hanno venduto l’onore per qualche sacco di monete d’oro sabaude.
I numeri di un disastro annunciato: l’economia del sangue
Se usciamo dall’emozione e guardiamo i freddi dati, il quadro diventa ancora più cupo. Nel 1861, il Regno delle Due Sicilie non era affatto il “mondo arretrato” che la propaganda torinese vuole dipingere. Le statistiche dell’epoca e i successivi studi sulla ricchezza dei territori parlano chiaro. Al momento dell’unificazione, il Regno delle Due Sicilie possedeva circa 443 milioni di lire-oro, che rappresentavano oltre il 60% dell’intera ricchezza monetaria circolante nella penisola. Il Piemonte, per contro, era sull’orlo della bancarotta a causa delle spese militari per le guerre d’indipendenza e per le infrastrutture necessarie a reggere il confronto europeo.
- Riserve Auree: 443,2 milioni (Due Sicilie) contro i 27 milioni (Sardegna/Piemonte).
- Impegno Sociale: Il sistema di assistenza e i monti frumentari del Sud erano tra i più avanzati d’Europa per la protezione dei contadini.
- Industria: Ricordiamo le officine di Pietrarsa o i cantieri di Castellammare.
Fonti come gli archivi del Ministero delle Finanze e gli studi post-unitari di F. S. N. dimostrano come il flusso di capitali si sia spostato violentemente dal Sud al Nord nei mesi successivi al febbraio 1861. Non è stata un’unione, è stata una colossale operazione di ripianamento del debito pubblico piemontese attraverso le casse napoletane. La storia ufficiale cancella questi numeri perché sono scomodi, perché raccontano di un saccheggio legalizzato che ha dato il via alla “Questione Meridionale”.
Una resistenza che non finisce: restiamo umani, restiamo Napoletani
Oggi, 5 febbraio 1861, mentre Torino brilla di luci nuove, il nostro cuore resta fermo a Gaeta. Sentire quelle esplosioni in lontananza, anche se siamo a centinaia di chilometri, è un dovere morale. La resistenza del Re e dei suoi soldati è la prova che non tutto si può comprare. C’è un’anima in un popolo che non si arrende al primo invasore che sventola una bandiera nuova.
Noi non ci stiamo a essere raccontati come i “liberati”. Noi siamo quelli che hanno perso tutto in nome di un’idea che non ci apparteneva. Questa è una denuncia basata sui fatti: ci hanno tolto l’oro, ci hanno tolto le fabbriche e ora vogliono toglierci la memoria. Ma finché ci sarà qualcuno che scriverà di queste giornate, finché ci sarà chi ricorderà il coraggio di chi è rimasto a Gaeta sotto le bombe di Cialdini, la verità non morirà.
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📚 FONTI
- Archivio Storico del Comune di Torino, Verbali febbraio 1861.
- G. C., La fine di un Regno, vol. II, 1900.
- Dati Ministero delle Finanze del Regno d’Italia (Rilevazioni 1861-1863).
- F. S. N., Nord e Sud, 1900.
- Atti del Parlamento Subalpino, Sessione 1861.
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