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C’è un silenzio strano che avvolge le strade da Napoli a Reggio Calabria, un silenzio che sa di attesa e, purtroppo, di rassegnazione. Avete presente quella sensazione di quando ti promettono una mano e poi, proprio mentre stai per afferrarla, quella mano si ritrae? Ecco, quello che sta succedendo con gli ultimi dati S. non è solo burocrazia. È un colpo basso. Si parla di 5,3 miliardi di euro. Miliardi, non noccioline. Soldi che dovevano servire a tenere in piedi scuole, ospedali, strade che cadono a pezzi. E invece? Invece il governo sembra aver deciso che il Mezzogiorno può aspettare. Ancora una volta. Mi chiedo, ma come si fa a guardare in faccia una madre a Bari o un giovane a Palermo e dirgli che i fondi per il loro futuro sono stati “rimodulati”? Che parola elegante, “rimodulati”. In realtà significa che quei soldi non ci sono più, o che finiranno altrove. Fa rabbia, sì. Fa una rabbia che ti toglie il fiato, perché qui non stiamo parlando di politica da salotto, ma di vita vera. Di gente che deve decidere se curarsi o pagare le bollette. È una storia che si ripete, un copione già scritto che qualcuno continua a recitare sulla pelle di milioni di persone. Forse siamo noi che siamo troppo abituati a queste batoste, o forse è chi sta a Roma che si è dimenticato che l’Italia non finisce dove finisce la nebbia.
Questa non è solo una questione di bilanci, è una questione di dignità. Quando G. M. o M. S. parlano di “sviluppo”, mi viene da sorridere, ma è un sorriso amaro. Come si può parlare di sviluppo se togli l’ossigeno? La sensazione è quella di essere su una barca che imbarca acqua, e invece di darci i secchi per svuotarla, ci tolgono pure i remi. E poi ci dicono: “Nuotate!”. È assurdo, quasi surreale. Ma chi vive qui, chi respira la polvere dei cantieri mai aperti, lo sa bene cosa significa. Significa meno treni, meno asili, meno speranza. E la speranza è una merce rara di questi tempi. Mi fermo a riflettere: ma davvero pensano che il Sud possa rialzarsi da solo mentre gli si legano i piedi? È una domanda che resta lì, sospesa, tra un caffè preso al volo e lo sguardo perso di chi, ancora una volta, vede il treno del progresso passare lontano, su binari che qui non arrivano nemmeno.
Un’Italia spaccata: il divario che diventa un abisso
Il confronto tra Nord e Sud non è più una sfida, è una fotografia sbiadita di un’ingiustizia strutturale. Mentre al Nord si discute di alta velocità e innovazione 5.0, qui al Sud dobbiamo ancora capire se domani l’autobus passerà. La disparità territoriale è diventata così profonda che sembra quasi culturale, come se fosse normale accettare meno servizi, meno diritti. Ma non è normale. Non può esserlo. Il punto di vista “dal basso”, quello della sovranità popolare calpestata, ci dice che la politica ha smesso di ascoltare il territorio. Si decidono i tagli negli uffici romani, tra marmi e aria condizionata, senza minimamente avere idea di cosa significhi per un comune calabrese perdere anche solo diecimila euro di finanziamenti per il sociale.
È una questione di sovranità, dicevo. Il popolo del Sud ha votato, ha sperato, ha creduto che potesse esserci un cambio di passo. Invece, assistiamo a una centralizzazione delle decisioni che svuota le autonomie locali proprio dove ce ne sarebbe più bisogno. La storia ci insegna che quando lo Stato arretra, altri prendono il suo posto. E questo è il pericolo più grande, quello che mi mette più paura. Tagliare al Sud non è solo un errore economico, è un crimine sociale. Si rompe quel patto di unità nazionale che dovrebbe essere il collante del Paese. Se il Sud affonda, non illudetevi, il resto d’Italia non resterà a galla a lungo. Siamo vasi comunicanti, ma sembra che qualcuno abbia deciso di chiudere la valvola che porta l’acqua verso il basso.
I numeri della vergogna: la radiografia della S.
Entriamo nel freddo cuore dei dati, perché i numeri, a differenza delle promesse elettorali, non mentono mai. Il rapporto S. è un bollettino di guerra. Parliamo di una riduzione netta degli investimenti pubblici che, nel triennio 2024-2026, ammonta esattamente a 5,3 miliardi di euro rispetto alle previsioni precedenti. È un taglio che colpisce direttamente il PNRR e i Fondi di Sviluppo e Coesione (FSC). Secondo i dati ISTAT e le analisi della Banca d’Italia, il Mezzogiorno ha già un gap infrastrutturale che pesa per circa il 20% sul PIL regionale rispetto alla media nazionale. Togliere altri 5 miliardi significa condannare il territorio alla stagnazione per i prossimi dieci anni.
La Corte dei Conti ha già espresso preoccupazione per la velocità di spesa dei fondi residui, ma il problema non è solo spenderli, è averli. Se il governo sposta le risorse verso progetti “nazionali” (che spesso significa localizzati al Nord), il Sud perde la sua unica opportunità di agganciare la ripresa europea. Le fonti ufficiali parlano chiaro: mentre il tasso di occupazione al Nord sfiora il 70%, in molte zone della Campania e della Sicilia non arriva al 45%. Con questi tagli, la previsione di crescita del PIL per il Mezzogiorno nel 2025 è stata rivista al ribasso, scendendo sotto lo 0,6%. Sono briciole. È la fame spacciata per dieta.
La resistenza di chi non si arrende
Questa è una denuncia, chiara e tonda. Non possiamo stare a guardare mentre scippano il futuro ai nostri figli. I dati ci dicono che il Sud è stato messo in pausa, ma la nostra gente non può essere messa in pausa. Ogni euro tolto a un ospedale è una vita in pericolo; ogni euro tolto a una scuola è un talento che scapperà all’estero. È tempo di alzare la voce, di fare comunità, di riscoprire quel senso di resistenza che ha sempre caratterizzato il nostro popolo. Non chiediamo elemosina, chiediamo quello che ci spetta di diritto: parità di opportunità.
Noi di Sovranità Popolare Napoletana continueremo a raccontarvi la verità, quella che i grandi giornali nascondono tra le righe delle pagine economiche. Ma per farlo abbiamo bisogno di voi. L’informazione libera, dal basso, è l’unica arma che ci resta contro questo silenzio assordante. Sostenete il nostro progetto, abbonatevi, diventate parte di questa comunità di resistenza. Non è solo un acquisto, è un atto politico. È dire “io ci sono e non mi faccio calpestare”. Perché solo restando uniti possiamo sperare di fermare questo scempio e riprenderci quello che ci è stato tolto. Il Sud non è un peso, è il cuore pulsante di questa nazione. E un cuore non si può fermare per decreto.
FONTI:
- Rapporto SVIMEZ 2024/2025 sull’economia del Mezzogiorno.
- Nota di Aggiornamento del Documento di Economia e Finanza (NADEF) 2025.
- Relazione territoriale della Corte dei Conti sull’attuazione del PNRR.
- Bollettino Economico della Banca d’Italia (Gennaio 2026).
- Dati ISTAT sulla coesione territoriale e occupazione.
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