IMMAGINE RISERVATA
C’è un silenzio strano che sale su per i tornanti dell’Appennino, un silenzio che non sa di pace, ma di abbandono. Avete presente quei piccoli paesi abbarbicati sulla roccia, dove il pane profuma ancora di legna e l’unica voce che senti in piazza è quella di un anziano che aspetta l’autobus? Ecco, provate a immaginare che a quel borgo, a quel pezzetto di mondo che resiste contro tutto e tutti, venga detto che non esiste più. O meglio, che non ha più “diritto” di essere considerato montagna. È un pensiero che fa venire i brividi, no? Eppure, è esattamente quello che sta succedendo. Mi fermo a riflettere e mi chiedo: ma come si fa a cancellare la storia di una comunità con un tratto di penna su un foglio protocollo?
La legge sulla cosiddetta autonomia differenziata, che porta la firma di R. C., non è solo un ammasso di commi burocratici. È un colpo al cuore per chi ha deciso di restare. Mi metto nei panni di un sindaco di un piccolo comune calabrese o lucano. Uno di quelli che combatte ogni giorno contro lo spopolamento, che cerca di tenere aperta l’unica scuola del circondario. E ora? Ora gli dicono che i criteri sono cambiati, che se il suo paese non è “abbastanza alto” o “abbastanza ripido” secondo i nuovi standard, allora i fondi spariscono. È una sensazione di ingiustizia profonda, quella che ti fa stringere i pugni in tasca. Perché la montagna al Sud non è come quella del Nord; non ci sono le funivie extralusso o i resort a cinque stelle. C’è la fatica, c’è l’isolamento, c’è una dignità che non può essere misurata solo con l’altimetro.
La frattura: se la geografia diventa una colpa territoriale
Il nodo della questione è tutto qui: la disparità. Non è una novità, direte voi, il Nord e il Sud viaggiano a velocità diverse da un pezzo. Ma qui stiamo andando oltre. Con l’introduzione dei nuovi criteri per definire cosa sia un “comune montano”, si sta creando una frattura che rischia di essere insanabile. Al Nord, molte realtà sono già strutturate, hanno servizi, hanno infrastrutture che — per carità, con merito — funzionano. Ma al Sud? Al Sud la montagna è spesso sinonimo di resistenza eroica. Togliere la qualifica di “montano” a un comune del Mezzogiorno significa privarlo di ossigeno finanziario, di deroghe sui servizi minimi, di speranza.
Mi chiedo spesso: ma chi decide queste soglie ha mai camminato per i vicoli di un paese interno della Campania o della Sicilia? Ha mai visto quanto è difficile arrivare in un ospedale se chiudono la strada provinciale per una frana? La sovranità popolare, quella vera, nasce dal basso, dal diritto di vivere nella propria terra senza sentirsi cittadini di serie B. Invece, sembra quasi che si voglia spingere la gente a scendere a valle, a ingrossare le periferie delle città, lasciando che i borghi diventino parchi giochi per turisti della domenica o, peggio, deserti di pietra. È un attacco diretto alla nostra identità, a quel modo di vivere lento e radicato che è la vera ricchezza dell’Italia.
I numeri della mannaia: cosa dicono i dati reali
Andiamo ai fatti, perché purtroppo la matematica non ha cuore. Secondo le proiezioni e le analisi fornite da enti come lo SVIMEZ e l’ISTAT, i nuovi criteri inseriti nella legge di riforma rischiano di declassare oltre il 30% dei comuni attualmente considerati montani nel Mezzogiorno. Se oggi la classificazione si basa su pendenze e altimetrie che tenevano conto del contesto sociale, il nuovo corso punterebbe a parametri molto più rigidi, pensati quasi “su misura” per le vette alpine.
I dati della Corte dei Conti hanno già evidenziato in passato come il Fondo Nazionale per la Montagna sia stato progressivamente ridotto, ma con la riforma Calderoli, la redistribuzione delle risorse avverrà sulla base dei LEP (Livelli Essenziali di Prestazione) che sono ancora un miraggio. La Banca d’Italia ha spesso sottolineato come la carenza di servizi nei piccoli comuni sia il primo motore della fuga dei giovani. Se togliamo anche l’etichetta di “montanità”, togliamo anche quei piccoli sgravi fiscali che permettono a una bottega o a una farmacia rurale di non abbassare la saracinesca. È un circolo vizioso: meno fondi, meno servizi, più abbandono. E i numeri non mentono: il rischio è la cancellazione di agevolazioni per milioni di euro che finora hanno garantito la sopravvivenza minima di queste aree.
Un grido di resistenza: non lasciamo morire il nostro Sud
Non possiamo stare a guardare mentre svuotano la nostra terra. Questa non è solo una battaglia tecnica o politica, è una battaglia di civiltà. Ogni volta che un piccolo comune del Sud perde un diritto, lo perdiamo tutti. La denuncia è chiara: si sta usando la legge per legalizzare l’abbandono delle aree interne meridionali. Vogliono un’Italia a due corsie, dove chi è già avanti corre ancora di più e chi è rimasto indietro viene lasciato a piedi lungo la strada.
Noi di Sovranità Popolare Napoletana non ci stiamo. Crediamo nell’informazione che parte dal basso, quella che non riceve ordini dai palazzi del potere. Per questo vi chiediamo di starci vicino, di sostenere questo progetto di informazione libera. Solo restando uniti, come una vera comunità, possiamo far sentire la nostra voce. Abbonatevi, comprate i nostri gadget, diffondete questi articoli. È l’unico modo che abbiamo per resistere a questo vento del Nord che vorrebbe spazzare via le nostre radici. Non è solo un sostegno economico, è un atto di resistenza. Difendiamo i nostri borghi, difendiamo il nostro futuro.
FONTI:
- Dossier SVIMEZ sull’Autonomia Differenziata e impatto sulle aree interne (2024).
- Relazione ISTAT sulla classificazione dei comuni e dinamiche demografiche.
- Testo della Legge Calderoli (Legge 26 giugno 2024, n. 86).
- Documento di economia e finanza – Focus aree montane, Ministero dell’Economia.
TAG: Sud – Borghi montani cancellati per decreto: il piano che svuota il cuore dell’Italia
C’è un silenzio strano che sale su per i tornanti dell’Appennino, un silenzio che non sa di pace, ma di abbandono. Avete presente quei piccoli paesi abbarbicati sulla roccia, dove il pane profuma ancora di legna e l’unica voce che senti in piazza è quella di un anziano che aspetta l’autobus? Ecco, provate a immaginare che a quel borgo, a quel pezzetto di mondo che resiste contro tutto e tutti, venga detto che non esiste più. O meglio, che non ha più “diritto” di essere considerato montagna. È un pensiero che fa venire i brividi, no? Eppure, è esattamente quello che sta succedendo. Mi fermo a riflettere e mi chiedo: ma come si fa a cancellare la storia di una comunità con un tratto di penna su un foglio protocollo?
La legge sulla cosiddetta autonomia differenziata, che porta la firma di R. C., non è solo un ammasso di commi burocratici. È un colpo al cuore per chi ha deciso di restare. Mi metto nei panni di un sindaco di un piccolo comune calabrese o lucano. Uno di quelli che combatte ogni giorno contro lo spopolamento, che cerca di tenere aperta l’unica scuola del circondario. E ora? Ora gli dicono che i criteri sono cambiati, che se il suo paese non è “abbastanza alto” o “abbastanza ripido” secondo i nuovi standard, allora i fondi spariscono. È una sensazione di ingiustizia profonda, quella che ti fa stringere i pugni in tasca. Perché la montagna al Sud non è come quella del Nord; non ci sono le funivie extralusso o i resort a cinque stelle. C’è la fatica, c’è l’isolamento, c’è una dignità che non può essere misurata solo con l’altimetro.
La frattura: se la geografia diventa una colpa territoriale
Il nodo della questione è tutto qui: la disparità. Non è una novità, direte voi, il Nord e il Sud viaggiano a velocità diverse da un pezzo. Ma qui stiamo andando oltre. Con l’introduzione dei nuovi criteri per definire cosa sia un “comune montano”, si sta creando una frattura che rischia di essere insanabile. Al Nord, molte realtà sono già strutturate, hanno servizi, hanno infrastrutture che — per carità, con merito — funzionano. Ma al Sud? Al Sud la montagna è spesso sinonimo di resistenza eroica. Togliere la qualifica di “montano” a un comune del Mezzogiorno significa privarlo di ossigeno finanziario, di deroghe sui servizi minimi, di speranza.
Mi chiedo spesso: ma chi decide queste soglie ha mai camminato per i vicoli di un paese interno della Campania o della Sicilia? Ha mai visto quanto è difficile arrivare in un ospedale se chiudono la strada provinciale per una frana? La sovranità popolare, quella vera, nasce dal basso, dal diritto di vivere nella propria terra senza sentirsi cittadini di serie B. Invece, sembra quasi che si voglia spingere la gente a scendere a valle, a ingrossare le periferie delle città, lasciando che i borghi diventino parchi giochi per turisti della domenica o, peggio, deserti di pietra. È un attacco diretto alla nostra identità, a quel modo di vivere lento e radicato che è la vera ricchezza dell’Italia.
I numeri della mannaia: cosa dicono i dati reali
Andiamo ai fatti, perché purtroppo la matematica non ha cuore. Secondo le proiezioni e le analisi fornite da enti come lo SVIMEZ e l’ISTAT, i nuovi criteri inseriti nella legge di riforma rischiano di declassare oltre il 30% dei comuni attualmente considerati montani nel Mezzogiorno. Se oggi la classificazione si basa su pendenze e altimetrie che tenevano conto del contesto sociale, il nuovo corso punterebbe a parametri molto più rigidi, pensati quasi “su misura” per le vette alpine.
I dati della Corte dei Conti hanno già evidenziato in passato come il Fondo Nazionale per la Montagna sia stato progressivamente ridotto, ma con la riforma Calderoli, la redistribuzione delle risorse avverrà sulla base dei LEP (Livelli Essenziali di Prestazione) che sono ancora un miraggio. La Banca d’Italia ha spesso sottolineato come la carenza di servizi nei piccoli comuni sia il primo motore della fuga dei giovani. Se togliamo anche l’etichetta di “montanità”, togliamo anche quei piccoli sgravi fiscali che permettono a una bottega o a una farmacia rurale di non abbassare la saracinesca. È un circolo vizioso: meno fondi, meno servizi, più abbandono. E i numeri non mentono: il rischio è la cancellazione di agevolazioni per milioni di euro che finora hanno garantito la sopravvivenza minima di queste aree.
Un grido di resistenza: non lasciamo morire il nostro Sud
Non possiamo stare a guardare mentre svuotano la nostra terra. Questa non è solo una battaglia tecnica o politica, è una battaglia di civiltà. Ogni volta che un piccolo comune del Sud perde un diritto, lo perdiamo tutti. La denuncia è chiara: si sta usando la legge per legalizzare l’abbandono delle aree interne meridionali. Vogliono un’Italia a due corsie, dove chi è già avanti corre ancora di più e chi è rimasto indietro viene lasciato a piedi lungo la strada.
Noi di Sovranità Popolare Napoletana non ci stiamo. Crediamo nell’informazione che parte dal basso, quella che non riceve ordini dai palazzi del potere. Per questo vi chiediamo di starci vicino, di sostenere questo progetto di informazione libera. Solo restando uniti, come una vera comunità, possiamo far sentire la nostra voce. Abbonatevi, comprate i nostri gadget, diffondete questi articoli. È l’unico modo che abbiamo per resistere a questo vento del Nord che vorrebbe spazzare via le nostre radici. Non è solo un sostegno economico, è un atto di resistenza. Difendiamo i nostri borghi, difendiamo il nostro futuro.
FONTI:
- Dossier SVIMEZ sull’Autonomia Differenziata e impatto sulle aree interne (2024).
- Relazione ISTAT sulla classificazione dei comuni e dinamiche demografiche.
- Testo della Legge Calderoli (Legge 26 giugno 2024, n. 86).
- Documento di economia e finanza – Focus aree montane, Ministero dell’Economia.
©️ Sovranità Popolare Napoletana – Diritti Riservati


