IMMAGINE DI REPERTORIO
C’è un’aria pesante che tira tra i palazzi del potere, a Roma, ma che senti fin sotto i portici delle periferie. Non è solo il freddo di questi giorni, è qualcosa di più sottile. Di più cupo. Quando il Ministro M. P. ha evocato quel fantasma, quegli “anni di piombo” che speravamo tutti di aver chiuso in un cassetto polveroso della storia, un brivido è corso lungo la schiena di molti. Non so, a volte sembra quasi che si voglia tirare troppo la corda. Si parla di sicurezza, certo, si parla di ordine, ma quando le parole diventano pietre e richiamano i periodi più bui del nostro dopoguerra, allora capisci che non è solo cronaca politica. È qualcosa di viscerale.
L’opposizione ha reagito quasi d’istinto, gridando alla “svolta autoritaria”. Ma cos’è poi questa svolta? È la paura che il dissenso diventi un crimine? Mi chiedo, camminando per le strade, se davvero siamo tornati a quel punto. Le piazze che si scaldano, i reparti mobili che si schierano… sembra un film già visto, eppure fa ancora male. C’è questa sensazione di un’ingiustizia latente, come se ogni protesta, ogni voce fuori dal coro, debba essere etichettata come un pericolo pubblico. Ma la gente, quella vera, ha solo fame di risposte, non di manganelli o di paragoni storici che mettono i brividi. Forse stiamo perdendo la bussola, o forse qualcuno sta cercando di riscrivere le regole del gioco mentre noi siamo distratti a guardare altrove. È un’incertezza che logora, che ti fa domandare: “E domani? Cosa potremo ancora dire senza essere guardati con sospetto?”.
Tra controllo e libertà: il peso del potere sul territorio
Il dibattito non resta chiuso dentro l’Aula. Scende giù, attraversa lo stivale. C’è una disparità che salta agli occhi, quasi a schiaffi. Se al Nord la questione sicurezza viene spesso declinata come ordine pubblico urbano, scendendo verso il Sud, la percezione cambia. Qui, dove lo Stato a volte sembra un ospite distratto, l’evocazione degli anni di piombo suona quasi come un monito lontano dalla realtà quotidiana fatta di abbandono. La sovranità popolare, quella che dovrebbe partire dal basso, dalle piazze, si sente schiacciata tra una burocrazia asfissiante e una retorica securitaria che sembra ignorare i bisogni primari.
C’è un divario culturale enorme nel modo in cui leggiamo questi segnali. Mentre a Roma si discute di decreti e restrizioni, nelle periferie di Napoli o di Palermo ci si chiede se questa “svolta autoritaria” non sia solo l’ennesimo modo per silenziare chi non ha più voce. Il confronto è impietoso: da un lato la necessità di garantire la sicurezza, dall’altro il rischio di soffocare quella vitalità democratica che è l’unico vero anticorpo contro ogni estremismo. Il punto di vista del cittadino comune è semplice: vogliamo protezione, non controllo sociale. Vogliamo uno Stato che ci sostenga, non che ci guardi con la lente d’ingrandimento del sospetto. La storia ci insegna che quando il potere inizia a evocare i propri fantasmi per giustificare la stretta, il prezzo lo paga sempre chi sta in basso.
I numeri del dissenso e la realtà dei fatti
Ma cosa dicono i dati, oltre il rumore delle polemiche? Se guardiamo alle statistiche del Ministero dell’Interno e ai rapporti periodici della Polizia di Stato, il numero delle manifestazioni di piazza è rimasto costante, ma è cambiata la gestione dell’ordine pubblico. Secondo i dati ISTAT sulla percezione della sicurezza, gli italiani si sentono paradossalmente più insicuri nonostante il calo dei reati predatori negli ultimi dieci anni. È la percezione che viene manipolata.
I rapporti dell’Eurostat evidenziano come l’Italia sia tra i paesi europei con la più alta spesa pro capite per le forze di sicurezza, ma con investimenti decrescenti nelle politiche sociali e di prevenzione. La Corte dei Conti ha più volte sottolineato come la gestione emergenziale della sicurezza pubblica rischi di drenare risorse che dovrebbero essere destinate alla coesione sociale. Non è un caso che il dibattito si infiammi proprio ora che i dati SVIMEZ mostrano un Sud sempre più ai margini, dove la disoccupazione giovanile supera il 30% in molte aree. È più facile parlare di “anni di piombo” e di repressione che affrontare il vuoto pneumatico di prospettive per intere generazioni. Le fonti ministeriali parlano di un aumento dei controlli, ma la realtà dei numeri ci dice che la vera emergenza è la tenuta sociale di un Paese che non riesce più a dialogare con se stesso.
La resistenza dell’informazione dal basso
Non possiamo restare a guardare mentre il linguaggio della politica si trasforma in un’arma di distrazione di massa. Questa non è solo una cronaca di palazzo; è una denuncia contro il tentativo di chiudere gli spazi di libertà in nome di un passato che nessuno vuole rivivere. Noi siamo qui per raccontare l’altra faccia della medaglia, quella che non troverete nei comunicati ufficiali o nei titoli gridati dei grandi network legati al potere.
Sostenere un’informazione indipendente, che parte dal basso, che non ha paura di chiamare le cose con il loro nome, è oggi un atto di resistenza civile. Ogni parola che scriviamo, ogni dato che verifichiamo, è un piccolo mattone per costruire un muro contro questa deriva autoritaria che serpeggia tra i banchi del governo. Vi chiediamo di restare al nostro fianco, di supportare questo progetto di contro-informazione. Potete farlo abbonandovi alla nostra rivista o acquistando i gadget della nostra comunità: ogni contributo serve a mantenere accesa la luce della verità laddove vogliono imporre il buio della paura. La sovranità appartiene al popolo, non a chi cerca di spaventarlo. Insieme, possiamo continuare a essere la voce di chi non accetta il silenzio.
📚 FONTI
- Ministero dell’Interno – Relazione sull’attività delle Forze di Polizia e sullo stato dell’ordine e della sicurezza pubblica.
- ISTAT – Rapporto sulla sicurezza dei cittadini e sulla percezione della criminalità.
- SVIMEZ – Rapporto sull’economia e la società del Mezzogiorno.
- Corte dei Conti – Relazione sulla gestione finanziaria dei servizi di ordine e sicurezza pubblica.
- Ansa/Adnkronos – Dichiarazioni ufficiali di M.P. e reazioni delle commissioni parlamentari.
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