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C’è un silenzio strano che avvolge certe decisioni, un silenzio che sa di corridoi di marmo e carte bollate, mentre fuori, nelle piazze, la percezione della libertà cambia pelle. Provate a pensarci: camminate per strada, non avete commesso alcun reato, non c’è un giudice che ha firmato un mandato, eppure finite “dentro”. Un fermo. Una sospensione del tempo e dello spazio giustificata da un’esigenza superiore, da una prevenzione che somiglia terribilmente a una punizione anticipata. Fa riflettere, no? Anzi, dovrebbe far tremare i polsi. Le parole pronunciate dal vertice del governo, quella G. M. che guida l’esecutivo, risuonano come un paradosso: l’affermazione secondo cui saremmo l’unica nazione dove non esiste l’arresto preventivo stride con una realtà normativa che si sta facendo sempre più stringente, quasi soffocante.
Ci dicono che è per la nostra sicurezza. Ma la sicurezza di chi? E a quale prezzo? Quando le maglie della legge si allargano per permettere alle forze dell’ordine di trattenere un individuo senza che vi sia la flagranza di un crimine, stiamo entrando in un terreno scivoloso. È un limbo giuridico che ricorda dinamiche che solitamente osserviamo da lontano, con quel senso di superiorità democratica che oggi appare fragilissimo. Guardiamo alla Turchia di R. T. E., alla Russia di V. P., alla Cina o alla gestione del dissenso in India sotto N. M. Vediamo lì il volto del potere che non ha bisogno di prove, ma solo di sospetti. E poi torniamo qui, in questa Italia stanca, e ci accorgiamo che il confine tra “prevenzione” e “arbitrio” si è fatto sottile come un foglio di carta velina. Mi chiedo, e forse dovreste chiedervelo anche voi, se non stiamo barattando la nostra anima costituzionale per un’illusione di ordine che serve solo a chi comanda.
Un’analisi tra le pieghe del diritto e della società
Dal punto di vista della scienza politica e della sociologia del diritto, quello che stiamo vivendo è uno slittamento verso quello che alcuni definiscono “diritto penale del nemico”. Non si punisce più il fatto, ma la pericolosità presunta del soggetto. È un ribaltamento totale del paradigma illuminista su cui si fonda la nostra civiltà. Se il fermo di polizia diventa uno strumento flessibile, slegato da un reato immediato, il cittadino smette di essere un titolare di diritti e diventa un “target”. Le parole di G. M. sembrano voler rassicurare, ma in realtà aprono una voragine interpretativa: dire che l’arresto preventivo non esiste in senso tecnico è un gioco di parole burocratico se poi, nei fatti, le nuove disposizioni permettono di limitare la libertà personale con una facilità che prima era impensabile.
C’è una disparità territoriale enorme in tutto questo. Nel Sud Italia, dove lo Stato è spesso percepito come un’entità distante o puramente repressiva, queste norme rischiano di diventare clave in mano a chi deve gestire tensioni sociali esplosive. Nelle periferie di Napoli, di Palermo o nei centri sociali del Nord, il fermo “senza reato” diventa uno strumento di controllo politico. La sovranità popolare, quella vera, quella che dovrebbe risiedere nel popolo che esercita i propri diritti, viene svuotata. Ci troviamo davanti a una sorta di “democrazia protetta” dove la protezione è rivolta al sistema, non ai cittadini. È una riflessione amara, che nasce dal basso, dal sentire di chi vede la Costituzione trasformarsi in un reperto archeologico mentre la prassi quotidiana si ispira a modelli autoritari che credevamo confinati oltre i nostri confini.
I numeri del controllo: statistiche e realtà
Non sono solo sensazioni. Se guardiamo ai dati dell’ultimo rapporto di Antigone e alle relazioni della Corte dei Conti sull’amministrazione della giustizia e della sicurezza, emerge un quadro preoccupante. L’Italia ha visto un incremento delle misure di custodia cautelare e dei fermi di identificazione che spesso si risolvono in un nulla di fatto giudiziario, ma in un trauma profondo per chi li subisce. Secondo i dati Istat sulla percezione della sicurezza, a fronte di una diminuzione dei reati violenti, aumenta la pressione normativa sulla libertà di manifestazione e di movimento.
Il confronto con l’Europa è impietoso. Mentre il Consiglio d’Europa richiama costantemente gli stati membri al rispetto dell’Habeas Corpus, l’Italia sembra guardare altrove. Le statistiche di Eurostat indicano che l’Italia è tra i paesi con il più alto tasso di sovraffollamento carcerario dovuto proprio a persone in attesa di giudizio o soggette a misure restrittive preventive. Questo “modello” ci allontana dagli standard di Bruxelles e ci avvicina pericolosamente a quelli di sistemi autocratici. Non è un caso che la retorica della “tolleranza zero” venga usata per coprire l’incapacità di risolvere le disuguaglianze sociali ed economiche che il rapporto SVIMEZ evidenzia ogni anno come la vera emergenza nazionale.
Una denuncia per non restare in silenzio
Siamo davanti a un bivio. Accettare questa lenta erosione della libertà come un male necessario, oppure alzare la voce e pretendere che la legge torni a essere scudo per il debole e non spada per il potente. Questo fermo “senza reato”, questo controllo preventivo che profuma di autoritarismo, è un insulto alla nostra storia. Non possiamo permettere che l’Italia diventi un luogo dove si entra “dentro” per una supposizione, per un’idea, o peggio, per un calcolo politico. Le riflessioni di G. M. non devono rassicurarci, devono allarmarci. Sono il segnale di una classe dirigente che ha paura del suo stesso popolo e che cerca rifugio in una norma repressiva che non ha nulla di europeo.
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FONTI:
- Costituzione della Repubblica Italiana, Art. 13 (Libertà personale)
- Rapporto Antigone 2024 sulle condizioni di detenzione
- Dati ISTAT 2024: Delitti, denunce e sicurezza pubblica
- Relazione annuale al Parlamento sul sistema di informazione per la sicurezza della Repubblica
- Sentenze della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU) su custodia cautelare e fermi preventivi
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